Il testo della tradizione natalizia di Gorfigliano (Lucca) è quello riscritto da Luigi Casottu (Luì dal Bozzo), che verrà riproposto a Gorfigliano il28 dicembre 2025 presso la chiesa parrocchiale alle ore 15.
L’ottava qui analizzata è ascoltabile nel canto riportato dalla rappresentazione del Natale 2024 a Gorfigliano nella pagina Facebook https://www.facebook.com/cantodelmaggio.festival
Maria In questo mondo ingrato e pien d’affanni
su duro fieno e al gelo tu sei nato,
ma più di noi tu sai che il mondo è ingrato
non abbiam fuoco e non abbiamo panni.
Giuseppe L’asino e il bue, sia pur carichi danni,
son qui per riscaldarti figlio amato.
Fuor della grotta abbiamo il cielo aperto
e a destra e a manca c’è solo deserto.
Questa ottava del Maggio sulla Natività e la Strage degli innocenti mette in scena, con grande densità, l’incontro tra il messaggio natalizio e la sensibilità del mondo popolare. Il dialogo fra Maria e Giuseppe traduce il mistero teologico dell’Incarnazione nel linguaggio concreto della povertà contadina, del freddo e della mancanza, rendendo il Natale pienamente “abitabile” dall’animo di chi vive «in questo mondo ingrato e pien d’affanni».
Povertà di Betlemme e povertà contadina
I primi versi – «In questo mondo ingrato e pien d’affanni / su duro fieno e al gelo tu sei nato» – riformulano la Natività come esperienza condivisibile dal popolo che ascolta il Maggio: il mondo «ingrato» e la durezza del giaciglio parlano direttamente a chi conosce il freddo delle stalle, il lavoro pesante, l’incertezza del domani. La povertà della Sacra Famiglia non è astratta: è la stessa povertà dei montanari e dei contadini che, nella tradizione dei maggi drammatici, mettono in scena se stessi attraverso le figure sacre. In questo rovesciamento, la distanza fra cielo e terra si accorcia: non è il popolo che sale verso il mistero, ma il mistero che discende nel quotidiano.
Il “mondo ingrato” come categoria morale e sociale
Quando Maria ripete «ma più di noi tu sai che il mondo è ingrato», la formula diventa una sorta di proverbio tragico condiviso dalla comunità: il mondo come luogo di ingratitudine, fatica e ingiustizia. L’Incarnazione viene così letta, in chiave popolare, come assunzione da parte di Cristo non solo della povertà materiale, ma anche della condizione esistenziale di chi vive ai margini: l’affanno, il sentirsi non riconosciuti, lo stare “senza fuoco e senza panni”. L’ottava mostra come il Natale, nel sentire popolare, non sia solo festa di luce, ma anche momento in cui si guarda in faccia la durezza della vita, trovandovi però una compagnia divina.
Asino, bue e grotta: il cosmo come comunità di soccorso
La risposta di Giuseppe introduce due figure cardine dell’immaginario natalizio contadino: «L’asino e il bue, sia pur carichi danni, / son qui per riscaldarti figlio amato». Gli animali domestici, fondamentali nell’economia rurale, diventano qui protagonisti di una solidarietà “cosmica”: non solo servono l’uomo, ma condividono con il divino la stessa stalla, lo stesso respiro caldo contro il gelo. Questo motivo, centrale nel presepe popolare, riflette un modo di sentire in cui gli animali sono parte della famiglia allargata, compagni di lavoro e di destino, capaci di “riparare” almeno in parte all’ingratitudine del mondo umano.
La grotta, con il «cielo aperto» fuori e il «deserto» a destra e a manca, è spazio liminare tipico dell’immaginario montanaro: luogo di riparo minimo di fronte all’immensità ostile, ma anche centro simbolico in cui il piccolo (il bambino, la stalla) regge il peso del grande (il cielo, il deserto). La scenografia è quella che il pubblico del Maggio conosce bene: poche risorse, natura aspra, comunità ridotta all’osso, e tuttavia capace di custodire qualcosa di assoluto.
Natale come specchio dell’animo popolare
Nel complesso, questa ottava mostra come il Natale venga interiorizzato dal mondo popolare non tanto come immagine edulcorata di pace, ma come racconto di una nascita fragile in un contesto di mancanza e di rischio. L’assenza di fuoco e di panni, il freddo del fieno, il deserto attorno, risuonano con le esperienze reali di chi recita e ascolta il Maggio, facendo sì che l’evento sacro parli la stessa lingua delle preoccupazioni quotidiane.
Al tempo stesso, però, la scena introduce una speranza tipicamente natalizia: in mezzo a un «mondo ingrato», esistono ancora calore (l’asino e il bue), riparo (la grotta) e una relazione affettiva intensissima («figlio amato») che danno senso alla sofferenza. L’animo popolare, attraverso questa poesia drammatica, riconosce nel Natale non una fuga dalla realtà, ma la sua trasfigurazione: la promessa che, dentro un orizzonte di povertà e solitudine, possa nascere comunque qualcosa di assolutamente degno e salvifico.
- https://journals.openedition.org/narrativa/pdf/354
- http://journals.openedition.org/cei/14383
- https://www.degruyter.com/document/doi/10.1515/9783110590661-015/pdf
- https://bop.unibe.ch/versants/article/download/8993/11971
- https://library.oapen.org/bitstream/20.500.12657/55594/1/9788855182195.pdf
- https://edizionicafoscari.unive.it/it/edizioni/riviste/archivio-dannunzio/2022/1/gli-oscuri-turiboli-del-simbolo-penna-e-dannunzio/
- http://revistas.ucm.es/index.php/CFIT/article/download/37500/36296

Congratulazioni
Un bellissimo commento all’ottava.