Continuiamo a pubblicare un estratto da Testi dialettali e tradizioni popolari della Garfagnana, tesi di laurea di George Fausch presentata alla Facoltà di Lettere dell’Università di Zurigo nel 1962. Il dott. Fausch raccolse il suo materiale direttamente in Garfagnana tra il 1956 e il 1959. Nei prossimi estratti parleremo del Maggio così come veniva vissuto e sentito in quegli anni. Ecco la terza parte.
La massima parte dei paesi però mantiene le proprie caratteristiche, gli usi locali continuano ad essere coltivati sebben ormai abbiano perso la loro necessità: non è più l’unicamente conosciuto, ma è sempre “roba nostra” antica e buona. Ecco la situazione nella quale li trovò la seconda guerra mondiale; un evento che cambierà la faccia del mondo e sconvolgerà anche l’aspetto delle vallate garfagnine. Di nuovo molti vestono la divisa. Nell’ultimo anno di guerra il fronte (la cosiddetta “linea gotica”) passerà tramezzo la Garfagnana; all’altezza di Castelnuovo, all’incirca, le due potenze stanno una di fronte all’altra, al Nord i Tedeschi, al Sud gli Alleati. Ogni traffico col mondo circostante è interrotto, neanche nel proprio villaggio i Garfagnini si sentono sicuri: i Partigiani e i Tedeschi provocano una situazione di terrore in queste povere vallate. I viveri mancano, le ultime pittoresche vesti tradizionali sinora conservate con geloso rispetto escono ora dai loro armadi per non tornarci più. Più di una madre con sforzi sovrumani riesce a barattare 20-30 kg. di farina contro un po’ d’olio in Lunigiana o un po’ di sale nel Massese: sole, a piedi, un pesante fagotto sul capo, facevano in due giorni ottanta e più chilometri. Un uomo non avrebbe potuto: le pattuglie partigiane o tedesche lo avrebbero fermato. I più piccoli paesi, anche se perduti nelle montagne, vengono bombardati per i caposaldi tedeschi che vi si trovano.
Il 1945 porta con sé la Liberazione, la valle però giace in uno stato di assoluta prostrazione. Il passato è lontanissimo, separato dal presente da un abisso. La vita continuerà ma come qualcosa di nuovo; il passato non è che un ricordo per i più vecchi.
Oggi la Garfagnana è forse più povera che mai, perché è conscia della sua povertà, tramezzo la radio e il televisore che si trova anche nei più piccoli paesi, sia al bar, sia in canonica. La terra però non rende più di prima, al contrario: la coltivazione del grano non è vantaggiosa poiché le poche spighe faticosamente raccolte vengono a costare più della farina che si compera. Così manca il lavoro. E’ vero che le cave esistono in alcuni paesi delle valli apuane; è altrettanto vero che la costruzione di varie strade e soprattutto di alcune centrali elettriche, dighe, ecc. in questa zona ricca d’acqua, hanno offerto occasioni favorevoli di lavoro; ma è evidente che queste non possono mai bastare per tutti, poiché molti di questi lavori vengono eseguiti da specialisti, e specialisti in Garfagnana ce n’è pochi. La miseria si chiama oggi: disoccupazione. I Garfagnini cercano di sfuggirla con lavori di stagione nel Settentrione o all’estero.
E il folklore? In questo dopoguerra, si sono fatte soltanto alcune, poche rappresentazioni di “maggi”: ultimo guizzo di una tradizione morente, cari ricordi, ma non più tradizione viva. La fossa che divide l’oggi dall’ieri è troppo profonda. I giovani sanno appena che cosa sia un “maggio”: anni fa si sono annoiati ascoltando quei canti monotoni: ecco tutto! Alcuni vecchi appassionati raccontano com’era in passato, con voce ineguale ci cantano decine e decine di strofe che rimangono sempre vive nella loro mente, ma la forza per nuove rappresentazioni, a loro, manca. Le rappresentazioni degli ultimi anni mostravano costanti segni di degenerazione, il più sintomatico tra essi segni ci è sembrato l’allestimento di rappresentazioni di “maggi” fuori dal loro ambito naturale: a Lucca, a Viareggio. Ma prima di parlare delle abnormità tardive guardiamo a ciò che era quel “maggio” quando questa tradizione fioriva in Garfagnana.
Il problema dell’origine dei “maggi” fu discusso recentemente da P.Toschi in un lungo capitolo della sua opera su “Le origini del teatro italiano” (5). Ci limitiamo qui a riproudere il riassunto che il Toschi stesso dà delle sue teorie a questo proposito: (pagg. 552-3)
“Possiamo dunque concludere che i maggi drammatici a noi noti, e la cui composizione non risale, per i più antichi, oltre il secolo XVIII (6), sono gli ultimi anelli e gli ampi sviluppi di una tradizione che muove dal motivo agonistico dei riti primaverili e, attraverso la moresca e la giostra, arriva, senza soluzione di continuità, fino ai nostri giorni, assorbendo e conservando elementi di diverse epoche, dalla antichità più remota al Medioevo, al Rinascimento, ai tempi moderni.”
La diffusione della tradizione dei “maggi” come risulta dai documenti rispettivi degli ultimi 150 anni (Versilia, Lucchesia, Garfagnana, Lunigiana; inoltre le province di Pisa, Pistoia, e parzialmente di Arezzo e finalmente la zona appenninica delle province di Modena, Reggio e Parma) induce il Toschi a pretendere che il “maggio” sia una forma tipicamente toscana del teatro popolare. Anche in altre parti d’Italia si trovano simili manifestazioni che hanno la loro origine in vecchi motivi agonistico-rituali; ma in nessun altro luogo si trova una forma così riccamente sviluppata. A noi pare molto importante che, anche in questo, l’Apuania abbia formato un’unità chiusa nella quale si è mantenuta fino ad oggi un’antichissima tradizione popolare. Non diciamo (come fu fatto per i suoni cacuminali) che la causa ne sia da cercare in un sostrato etnico preromanzo, ma non è certo fortuito che un’antica manifestazione agonistica-rituale in questa zona montagnosa si sia mantenuta anche in forme di sviluppo più recenti.
