Continuiamo a pubblicare un estratto da Testi dialettali e tradizioni popolari della Garfagnana, tesi di laurea di George Fausch presentata alla Facoltà di Lettere dell’Università di Zurigo nel 1962. Il dott. Fausch raccolse il suo materiale direttamente in Garfagnana tra il 1956 e il 1959. Nei prossimi estratti parleremo del Maggio così come veniva vissuto e sentito in quegli anni. Ecco la quarta parte.
Facciamo ora seguire una descrizione del “maggio” così come esso ci si è presentato in Garfagnana in questi anni 1957-1959. Il primo incontro vivo che abbiamo avuto occasione di fare col “maggio” ebbe luogo a Filicaia in una conversazione con Giuseppe Grandini, autore di “maggi”, il quale aveva scritto il seu ultimo copione nell’inverno 1956/57. Nato nel 1881 era vissuto 30 anni a Poggio (fraz. di Camporgiano). Poi si trasferì a Filicaia (altra fraz. di Camporgiano) dove ancor oggi vive. Durante la guerra del 1915/18 rimase per 36 mesi sotto le armi, dapprima a Firenze, poi in Macedonia. Grandini è contadino; non ha mai frequentato scuole: da una donna, e più tardi dal parroco del comune imparò a leggere e a scrivere. A 13 anni cantò per la prima volta in un “maggio”; e già a 28 anni aveva scritto –
il suo primo copione. Anche suo padre era un “maggiante” appassionato senza tuttavia essere un autore. La passione di Giuseppe Grandini fu da sempre la lettura; a questo proposito egli poteva servirsi della modesta biblioteca che il parroco dirigeva per conto del comune; lui stesso si comprava qualche libro. I grandi momenti della sua formazione letteraria erano stati: “I Reali di Francia” (che aveva letto tre volte); “Guerrin meschino”, una Storia d’Italia e i “Promessi Sposi”. Di molti altri libri da lui letti ha mantenuto un confuso ricordo. Le sue opere sono 15 o 16, ma Gius. Grandini stesso non si ricorda più di tutti i titoli, né di tutti gli argomenti; molti dei suoi manoscritti (copioni) non si trovano più: sono andati persi o furono prestati ad altri. Tuttavia egli riesce ad elencarmi 8 dei suoi “maggi”:
| Numero | Titolo del Maggio |
| I | Capitano di Castiglia |
| II | Leopoldo di Castiglia |
| III | Le sventure di Timante e l’inganno di Amerigo |
| IV | Adriano |
| V | Eronte |
| VI | Conte Alberto |
| VII | Riccardo Cuor di Leone |
| VIII | Sant’Oliva |
Alla nostra domanda da dove prendesse gli argomenti, rispose sicuro di sé e quasi un po’ offeso, che aveva inventato da sé tutti i suoi “maggi”, che non copiava mai altri “maggi”, né che faceva rielaborazioni di “maggi” già esistenti. Preferiva inventare egli stesso l’argomento e la trama dell’azione. Ma nel corso della nostra conversazione egli ammette che a volte otteneva la trama a certe fonti che riuscì a indicarmi per 4 dei “maggi” sopraindicati: per il numero I la fonte era un film visto a Castelnuovo; la trama del II è quella di una favola che Grandini aveva conosciuto da bambino; un libro del quale non si ricorda bene è all’origine del numero IV e la materia del numero VI è tratta da un film muto visto nel 1916 quando Grandini era soldato a Firenze. Indicazioni più precise Grandini non ha potuto darci; ed era certo sincero. Questo ci induce ad un’osservazione generale: l’autore di un “maggio” non è conscio delle sue fonti, non gli importano nulla. Se per contro egli da importanza alla pretesa che tutto sia il prodotto della propria fantasia e della propria forza creatrice lo fa perché vuole far capire il suo personale sforzo di adeguare l’opera alla sua propria idea di un “maggio”. Ogni “maggio” fu da lui scritto per una precisa occasione (rappresentazione); è stato creato perché ce n’era bisogno e, in questo senso, in quanto risposta a una precisa aspettativa dell’ambiente ha, per l’autore, un valore di originalità. L’autore stesso non è conscio di inserirsi con il suo prodotto in una lunga e solida tradizione, egli scrive i suoi “maggi” per un’occasione ben precisa e attuale, essi hanno dunque un significato puntuale: la storia e il destino (passato e futuro) del suo copione gli interessano poco,
ecco la ragione perché il Grandini si ricorda soltanto della metà dei suoi “maggi”, ed ecco perché i copioni vengono tanto trascurati. Un maggio è dunque legato strettamente a una situazione precisa. E così si può dire che i singoli “maggi” scritti e riscritti in epoche diverse, non sono vere e proprie invenzioni, ma adattamenti e riduzioni di materiali eterogenei. A questo si riduce ogni possibilità di creazione. Esistono tipi e moduli drammatici, per esempio, che devono ricorrere tali e quali in ogni “maggio”, che riappaiono puntualmente in ben precisi momenti dell’azione. A questo riguardo, nessun autore può, né vuole essere originale. Anche nella scelta dei temi la sua libertà è molto ristretta: devono essere “tipici”. Tali temi non vengono inventati, vengono soltanto “trovati”, scoperti e poi adattati. L’autore non troverà i suoi temi tipici del maggio nella fantasia, ma piuttosto nel campo della storia, o di ciò che il popolo crede essere storia: nella leggenda. Qualche volta però può anche darsi che l’autore scelga alcuni motivi tratti da una favola, ma è rarissimo che la trama di una favola si presti ad essere trasposta pari pari nella composizione di un “maggio”: la fantasia e il divertimento, ecco il dominio della favola; la storia, l’istruzione e l’edificazione ecco quello del maggio (7). Così non si troveranno quasi mai riuniti in una stessa persona l’autore dei “maggi” e il favolista.
Giuseppe Grandini sa di essere oggi uno dei pochissimi che scrivono ancora “maggi”; ma un tempo non era così, come egli stesso mi dice: ogni paese aveva avuto una propria “squadra” di “maggianti” i quali rappresentavano per lo più i propri “maggi”, cioè le composizioni dovute a uno dei componenti la “squadra” stessa. Fatto importante anche questo, poiché ci rivela che un autore di un “maggio” non è considerato in quanto artista-individuo, ma solo come un membro della “squadra”, nella quale esso ha un compito particolare. E’ questa la ragione per la quale spesso non avevano potuto darmi un nome e cognome quando mi informavo di un eventuale autore: non esiste che la “squadra”. L’anonimato è dunque la conseguenza di questo stato di cose. Se diceavamo poco fa che l’autore non si rende conto di essere un anello nella lunga catena della tradizione, questo è vero fino a un certo punto: egli crede di essere un “inventore”; è solo vagamente consapevole di inserirsi in una lunga tradizione. Grandini da una parte riconosce modestamente e sinceramente di essere un contadino incolto, ma egli sa anche molto bene che un uomo colto non riuscirebbe a scrivere “maggi” belli come i suoi. Non si rende conto della lunga tradizione nella quale s’inserisce, proprio perché la sente immediatamente come una forza personale.
Ma vogliamo finalmente dare una descrizione del “maggio” come abbiamo potuto conoscerlo in Garfagnana e in due paesi della Lunigiana (Equiterme, Codiponte). Per la Garfagnana le nostre osservazioni si basano sulle indagini fatte nei seguenti paesi (8):
- Borsigliana (Com. di Piazza al Serchio)
- Camporgiano
- Careggine
- Cogna (Com. di Piazza al Serchio)
- Corfino (Com. di Villa Collemandina)
- Filicaia (Com. di Camporgiano)
- Fosciandora
- Gorfigliano (Com. di Minucciano)
- San Romano
- Sillicano
- Vagli Sopra
- Vagli Sotto
Come punto di partenza ci serviamo delle indicazioni raccolte a Filicaia; nei casi opportuni vengono poi aggiunte quelle degli altri paesi. Per essere chiari procediamo elencando in ordine cronologico i problemi che si presentano e le questioni successive che deve effettuare una squadra per la rappresentazione di un “maggio”. Una volta presa la decisione (9) di rappresentare un “maggio” il Capomaggio (10) sceglie un “maggio” che verrà eseguito. Per questa scelta gli si offrono due possibilità: se c’è un autore nella propria squadra si rappresenta normalmente un suo “maggio”, se non ce n’è, o si rappresenta un vecchio “maggio” o se ne prende a prestito uno da una squadra di un altro paese. Questo scambio di “maggi” da un paese all’altro è molto vivo non soltanto tra paesi garfagnini, ma anche con le regioni circostanti della Lunigiana, Versilia e perfino dell’Appennino Modenese e Parmense. A mo’ d’esempio citiamo una piccola storia, che ci fu raccontata a Cogna: Il padre di uno dei nostri informatori era un maggiante appassionato. Una domenica era andato fino a Seravezza in Versilia per assistere alla rappresentazione di un maggio. Questo maggio intitolato “Fioravante” gli piacque tanto che egli cercò di farselo prestare per la sua propria squadra. Quelli di Seravezza però non vollero affidare ad altre mani il copione che apparteneva a loro, però glielo lasciarono per una rapida lettura. Con alcuni amici che pure l’avevano accompagnato a Seravezza, si mise a copiare il manoscritto durante la notte, e la mattina seguente rese il copione ai Seravezzani. Furono aggiunti più tardi alcuni abbellimenti e così “Fioravante” diventò un gioiello della squadra di Cogna. Qualche volta, come ci dissero a Corfino, i manoscritti si acquistano anche con il danaro. Negli ultimi 30 anni molti dei “maggi” furono presi a prestito in tutta la Garfagnana da Filicaia e da Camporgiano, dove si trovano ancora autori viventi; le squadre di questi due paesi godono ancora oggi la fama di essere bravi “maggianti” benché a Camporgiano la tradizione sia morta da parecchi anni: l’ultima rappresentazione vi ebbe luogo nel 1937.
Tuttavia si preferisce di solito cantare “maggi” di propria produzione. Gli altri servono ogni tanto per variare un po’ il repertorio. “Maggi” stampati non si sono rappresentati quasi mai in Garfagnana: soltanto a Cogna ci dissero di avere qualche volta rappresentato maggi stampati. In Lunigiana però non avevano da tempo autori propri: gli informatori lunigianesi affermano tutti di aver cantato quasi esclusivamente maggi stampati o giunti loro dalla Garfagnana o dalla Versilia.
Fatta in un modo o nell’altro la scelta di un “maggio” (normalmente si rappresenta un solo “maggio” l’anno, che viene rappresentato alcune volte nel proprio paese e in paesi vicini) la squadra inizia le prove che hanno luogo nei mesi di febbraio ad aprile. Dapprima si assegnano le parti. Tutte le parti vengono cantate da uomini; le donne sono in genere escluse dai “maggi”. Qua e lai però negli ultimi 50 anni questo antico ordine è stato abbandonato e sono state ammesse anche le donne a cantare le parti femminili dei drammi (così a Filicaia, Borsigliana, Gorfigliano, Careggine). Tuttavia anche in questi paesi si è ben consci che questo è contro l’uso tradizionale: le donne che avevano partecipato alle rappresentazioni durante l’anno non erano state comunque ammesse al banchetto di fine stagione, ma indotte a contentarsi di un modesto regalo. A Filicaia la partecipazione di “donne vere” viene espressamente indicato sui manifestini che annunciano lo spettacolo; è questa, oggi, un’attrazione speciale. A Careggine negli ultimi trent’anni ben poche furono le donne che si prestarono a recitare un “maggio”. Caratteristica a questo proposito la risposta di una donna di Sillicano alla mia domanda: “Ma son matti i genitori che lasciano cantare le loro figliole!” La figlia trentenne trovò che fosse più moderno far cantare le parti femminili da donne, osservazione alla quale la madre rispose stringendosi nelle spalle.
Un uso del tutto particolare si trova a Fosciandora dove, da molto tempo sono esclusivamente le donne a cantare il “maggio”. Non si cantava però all’aperto ma sempre nel piccolo teatrino del paese. Anche la funzione di “guida” vi fu assunta per molto tempo da una donna, quale, dopo la seconda guerra mondiale, arrivò perfino a scrivere un proprio “maggio” nel quale cantava le varie vicende subite dal suo paese durante i sette mesi del 1944/45 (“Il maggio del Fronte”). Quasi tutti i “maggi” del repertorio di questa squadra femminile, erano però a soggetto religioso:
- Santa Genoveffa
- Sant’Oliva
- Innocenza (Maggio del moro)
- Vita di San Rocco
- Passione di Gesù Cristo
ma c’era anche il “maggio” di Giovanni Maria Visconti, duca di Milano.
Un’altra particolarità di questa squadra era la fisarmonica che soleva accompagnare il loro canto, strumento che non era stato in nessun altro paese della vallata adibito a tale uso. Erano anche abituate a chiedere un prezzo d’ingresso allo spettacolo, fatto unico anche questo. Accanto a questa tradizione femminile esisteva però nello stesso paese anche la forma usuale del “maggio” cantato da soli uomini come nel resto della Garfagnana. Ed erano pure uomini soli a cantare nella rappresentazione scenica della passione di Cristo, nella cosiddetta “Befana” che ogni anno aveva luogo nello stesso teatrino.
Ma ritorniamo alle prove e vediamo come si svolgono generalmente in Garfagnana: fatta dunque la scelta del maggio ed assegnate le parti ci si esercita nella recitazione e nell’apprendimento mnemonico del testo. Il numero delle prove è molto variabile: i vecchi “maggianti” ne fanno quasi a meno poiché melodia e gesti rimangono gli stessi per tutti i “maggi”, i gesti non vengono quasi affatto lasciati all’iniziativa dell’attore perché sono tipizzati anche essi. A Filicaia non si fanno mai più di 5 prove (11); in altri luoghi si prova con particolare intensità: a Careggine e a Cogna hanno luogo fino a trenta prove: vi si da molta importanza alla perfezione formale. A Cogna specialmente si richiede che il “suggeritore” (se ne parlerà più sotto) non debba intervenire, che tutte le parti si conoscano perfettamente a memoria. Per arrivare a una tale perfezione formale la “guida” prepara per iscritto la parte di ogni “maggiante”. Agli analfabeti egli doveva leggere le loro strofe finché furono ben fissate nella memoria. Questa abitudine di copiare singole parti non si trova che a Careggine e Cogna, i due paesi col numero più elevato di prove; ed è un’abitudine senz’altro recente. Poiché la “guida” si trova, anche durante le rappresentazioni, sempre dietro ai “maggianti”, una momentanea amnesia non ha mai gravi conseguenze. D’altronde si deve rilevare che questi “maggianti” hanno quasi tutti un’ottima memoria. Di regola esiste dunque un solo manoscritto che serve alla “guida” per dirigere le prove; l’atto di imparare a memoria passa per tutti gli attori attraverso l’orecchio e non attraverso l’occhio; e nel passato questo era evidentemente l’unico modo possibile, poiché erano pochissimi i “maggianti” che sapessero leggere.
Le prove hanno luogo il sabato sera o la domenica in case private o nelle “capanne” a quest’epoca vuote. Non si fanno prove individuali, ma solo prove collettive. E non si deve dimenticare un elemento insostituibile di queste prove: il vino che schiarisce la gola e scioglie le membra; a questa voce corrisponde infatti sempre la cifra più alta nel conto delle spese complessive.
Un altro punto dei preparativi consiste nell’apprestamento di costumi, sciabole, scudi ecc. Per lo più i costumi sono di fabbricazione locale. A Filicaia i costumi e i vari utensili sono molto semplici e stilizzati; per questa ragione la sua squadra è spesso accusata di trascuratezza.
La tendenza contraria si osserva a Codiponte dove uno dei maggianti più appassionati è un sarto che ripone tutto il suo orgoglio nei costumi da lui confezionati. Come modello gli servono edizioni illustrate dello “Orlando furioso” o della “Gerusalemme liberata”. A Careggine i costumi vengono affidati a due donne che accompagnano sempre la squadra. In altri luoghi i costumi vengono noleggiati a Lucca.
Qualche parola anche sui costumi. Abbiamo già parlato della loro stilizzazione: i costumi non servono di travestimento, non hanno funzione di maschera, indicano soltanto, simboleggiano un’atmosfera che è lasciata alla fantasia degli spettatori completare. I cristiani portano elmi, i turchi turbanti; il re porta la corona e un corto mantello. La spada e lo scudo sono fatti di legno: oggetti veri non vengono usati, essi non permetterebbero i gesti quasi rituali e ben precisi dei duelli e delle guerre. Lo scudo per esempio è fatto di un pezzettino di legno tagliato a forma di cuore, massima estensione 20 cm. Si tiene in mano per mezzo di una specie di manico di legno fissato a questo scudino, nel quale l’avversario deve battere in modo che il colpo venga udito dagli spettatori. L’ornamento dei maggianti è semplice: consiste in nastri multicolori attaccati qua e là. Il resto è fornito dalla fantasia degli spettatori. E’ forse la squadra di Filicaia coi suoi costumi tooppo semplici più vicina alla vecchia tradizione che altri paesi con costumi più sviluppati: il progressivo sviluppo dei costumi è in rapporto colla facoltà immaginativa decrescente del pubblico (ed è quindi uno degli elementi di decadenza dell’istituzione stessa).
A questo punto i preparativi sono quasi terminati e si avvicina il momento della rappresentazione, ora non rimane più che diffondere gli avvisi (oggi si usano generalmente manifestini scritti a mano; in passato tutto veniva fatto a voce); chiedere il permesso ufficiale per la rappresentazione (con pagamento della rispettiva tassa: un obbligo amministrativo poco favorevole all’antico uso folkloristico); finalmente parlare col prete per lo spostamento della ora del vespro prima o dopo la rappresentazione.
