Il filosofo settecentesco Giambattista Vico annotava che nei giorni di festa c’era chi leggeva al popolo l’Orlando Innamorato e il Furioso. Dopo ogni stanza il lettore si fermava e rispiegava l’azione con parole proprie. È una delle poche testimonianze antiche su come la poesia cavalleresca delle corti sia arrivata alle piazze. Due secoli dopo, quella stessa poesia viveva in due teatri popolari che si ignoravano a vicenda: l’Opera dei Pupi in Sicilia e il Maggio epico sull’Appennino tosco-emiliano.
Jo Ann Cavallo è stata la prima a metterli sistematicamente uno accanto all’altro. Italianista della Columbia University, dove insegna dal 1988, aveva costruito la sua carriera su Boiardo. Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila si è accorta che le storie che spiegava ai suoi studenti di New York venivano ancora cantate nelle radure dell’Appennino reggiano e combattute dai pupi a Palermo e a Catania. Da quella scoperta sono nati un documentario autoprodotto, Il maggio emiliano: ricordi, riflessioni, brani (2003), girato con le compagnie di Costabona, Asta, Frassinoro e Morsiano e patrocinato anche dal Centro Tradizioni Popolari della Provincia di Lucca, il sito eBOIARDO, che raccoglie copioni, interviste e filmati di entrambe le tradizioni, e numerosi saggi. Oggi molti di questi studi sono riuniti nel volume Narrazioni epiche nella cultura popolare italiana. L’Opera dei Pupi siciliana e il Maggio tosco-emiliano (Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2025). Proviamo qui a ripercorrerne le idee principali, con lo sguardo di chi il Maggio lo conosce dal versante toscano.
Lettori di pochi libri
Cavallo parte dal repertorio. Nell’Opera dei Pupi e nel Maggio ricorrono gli stessi titoli e gli stessi eroi: Orlando impazzito per Angelica, Ruggiero e Bradamante, Ginevra di Scozia, Clorinda e Tancredi, Fioravante, Buovo d’Antona, Guerrin Meschino e, su tutti, la rotta di Roncisvalle. Già Gastone Venturelli aveva osservato che, delle tre grandi aree del Maggio (pisano-lucchese, garfagnino-lunigianese ed emiliana), le ultime due hanno un repertorio prevalentemente epico. Romolo Fioroni, autore e capomaggio emiliano, scriveva che nessuno può capire un Maggio senza la cavalleria, perché l’anima del poema cavalleresco è penetrata così a fondo nel popolo da contaminare ogni argomento.
Chi scriveva questi Maggi? Contadini, pastori, artigiani. Sesto Fontana li descriveva come uomini di modestissima cultura ma lettori appassionati, «non di molti libri, bensì di pochi libri, quando non addirittura di un solo libro». Il modenese Pasquale Marchetti possedeva tre volumi, l’Innamorato, il Furioso e la Gerusalemme liberata, e li sapeva a memoria. Cavallo non fa di questa povertà di biblioteca una curiosità aneddotica. La legge come una forma di competenza: una conoscenza profonda e verticale, che permetteva di smontare e rimontare gli episodi con grande libertà.
La scoperta più originale riguarda però un libro preciso. I pupari siciliani avevano come fonte quasi canonica la Storia dei Paladini di Francia del palermitano Giusto Lo Dico, che nel 1858-60 aveva riscritto in prosa Boiardo, Ariosto, Pulci, il Rinaldo di Tasso e il Mambriano. Giuseppe Leggio la ampliò alla fine dell’Ottocento e la continuò con una serie di romanzi a dispense. Nessuno studioso del Maggio aveva notato che questa “Bibbia dei pupari” era arrivata anche sull’Appennino. Cavallo ne ha trovato le tracce nei ricordi di vecchi maggerini, che da giovani avevano letto un libro in tre volumi chiamato I paladini di Francia, e soprattutto nei titoli. Giacomo Alberghi scrive due Guidosanto e un Morbello, su personaggi inventati in Sicilia. Pellegrino Pozzi trae dalle continuazioni di Leggio i suoi Guido Santo e Dolores e Straniero. Romeo Sala riceve da New York i romanzi del catanese Costantino Catanzaro, stampati a Palermo per gli emigrati, e ne ricava Zanclea delle Stelle. In provincia di Lucca ebbe grande fortuna un Maggio su Fioravante e Drusolina intitolato semplicemente I Paladini di Francia: chi lo scrisse dichiarò la propria fonte già nel titolo. Persino i costumi ne portano il segno. Elisa Canovi, sarta delle compagnie di Villa Minozzo, disegnava gli abiti dei cavalieri guardando le illustrazioni dei romanzi che leggeva suo padre, prima fra tutte quella dei Paladini di Francia.
Riscrivere per dire di più
Il secondo nucleo del pensiero di Cavallo è anche quello che più interessa chi oggi scrive o mette in scena un Maggio. Né i pupari né i maggerini traducono i poemi: li adattano alle regole del genere e alla sensibilità di chi li rappresenta. Questa trasformazione però, secondo Cavallo, di solito intensifica i temi originali anziché tradirli.
Gli esempi sono convincenti. Nel Furioso Rinaldo dichiara ingiusta la legge di Scozia che condanna a morte la donna sedotta, ma la legge resta in vigore. Il Maggio anonimo di Ginevra di Scozia ritrovato a Castelnuovo di Garfagnana va oltre: Ginevra, salvata, chiede al padre e ai giurati di abolire «l’empia legge che al martire / condannò una innocente», e il coro risponde «Lo faremo certamente!». Nel suo Le armi e gli amori (1982), Marcello Sala attribuisce la condanna ingiusta di Zerbino non più a una folla, come nell’Ariosto, ma a Carlo Magno in persona. Isabella lo accusa di aver ascoltato soltanto l’accusa senza cercare le prove. Quando Astolfo sale sulla luna, tra le cose perdute dagli uomini Sala aggiunge «l’onestà dei funzionari, / il valor dei militari, / l’equità dei tribunali». E il coro finale ricorda che «orrore della guerra, / miseria del potere, / pazzia dell’amore / non son finite ancor».
Su questo punto le osservazioni di Cavallo si incontrano con quanto Enrico Pea notava già nel 1954 per Versilia, Lucchesia e Lunigiana. Pea scriveva che i Maggi stampati quasi non esistono e che esistono invece manoscritti continuamente «ritramati»: gli stessi soggetti verseggiati da poeti diversi, stanze trasferite da un Maggio all’altro senza che nessuno parlasse di plagio, copioni perduti ricostruiti a memoria da un “rifacitore” che integrava di suo. Questa instabilità del testo è proprio ciò che permette alla tradizione di trasformarsi senza perdersi. La cultura letteraria diventa popolare attraverso una lunga catena di riscritture, ognuna adattata al proprio pubblico e al proprio tempo.
Gesti, voci, battaglie
Cavallo osserva le due tradizioni anche come spettacolo, e qui le somiglianze diventano quasi sorprendenti. Entrambe usano l’entrelacement inventato da Boiardo: non atti, ma una catena di scene brevi che saltano dal campo cristiano a quello pagano, dall’amore all’incanto, dalla guerra all’avventura. Il capomaggio, in abiti borghesi, gira tra i cavalieri con il copione in mano e suggerisce versi e movimenti. Cavallo lo paragona al puparo, che regge i fili dei pupi e insieme i fili invisibili dell’intera scena. La differenza è che il puparo resta nascosto fino all’applauso finale, mentre il capomaggio è sotto gli occhi di tutti e il pubblico abituale ha imparato a non vederlo.
La scenografia è ridotta all’essenziale: un telo azzurro per un fiume, un ramo per una foresta, una tavola per un ponte. I costumi invece sono un’arte vera e propria e seguono codici precisi, come le armature dei pupi. Anche i gesti sono codificati: la mano alla fronte per il pensiero, al petto per l’emozione e l’affermazione di sé, all’elsa della spada quando si passa dalle parole ai fatti. Cavallo vede in questa prevalenza del gesto sull’espressione del volto un legame del Maggio con il teatro di figura. Aggiunge però, onestamente, che negli spettacoli recenti i maggerini esprimono sempre più emozione anche con il viso.
La battaglia, in entrambe le tradizioni, è insieme una danza e uno sforzo fisico reale. Pasqualino la definiva «una danza che stimola vivacemente la partecipazione sinestesica del pubblico». Nel Maggio emiliano gli scudi si urtano davvero, con un colpo sordo, e chi soccombe cade di schianto a terra senza curarsi del costume. Il puparo, dal canto suo, deve muovere figure che pesano molti chili. Cavallo ricorda poi un dettaglio che rivela le priorità di questi teatri: la musica accompagna i duelli e separa le scene, ma tace appena il maggerino comincia a cantare o il pupo a parlare. La parola deve essere capita. Per questo la quartina, l’arietta e l’ottava rima hanno ciascuna una propria melodia, e le ultime due sono riservate ai momenti più intensi: un addio, una scena d’amore, una morte.
Una tradizione che sceglie di restare
Cavallo non nasconde la crisi. Il boom economico degli anni Cinquanta ha svuotato le montagne e costretto molti pupari a vendere i propri teatri, e la televisione ha fatto sembrare antiquato ciò che fino ad allora era stato il principale intrattenimento di intere comunità. Citando Roberto Leydi, ricorda però che alcune tradizioni non sono scomparse nell’indifferenza, e che anzi hanno continuato a vivere con una consapevolezza nuova del proprio valore come alternativa alla cultura di massa. A tenerle in vita sono state famiglie d’arte come i Cuticchio, i Napoli, i Fioroni e gli Zambonini, e istituzioni nate dalla passione di singoli studiosi: la rivista Il Cantastorie di Giorgio Vezzani, il Centro Tradizioni Popolari di Lucca fondato da Gastone Venturelli, il Museo delle Marionette di Antonio Pasqualino.
Le due tradizioni sono cambiate, e Cavallo considera il cambiamento un segno di vitalità più che un tradimento. Il cambiamento più vistoso riguarda le donne. Un tempo sarte e ricamatrici, nel Maggio sono salite in scena dopo la Seconda guerra mondiale, a Costabona dal 1945, e non soltanto come principesse: interpretano anche Marfisa e Bradamante e affrontano duelli veri. Secondo Natascia Zambonini la loro presenza ha arricchito psicologicamente i personaggi femminili e moltiplicato i momenti teneri ed elegiaci. Gli spettacoli si sono accorciati e si scrivono Maggi nuovi, anche da autori ventenni e trentenni, che però conservano quasi sempre la cornice cavalleresca anche quando inventano storie originali. Nel 2001, a Scandiano, Maggio e pupi si sono incontrati per la prima volta sullo stesso palco.
Una frase che Cavallo riporta dal maggerino Davide Borghi riassume il senso di tutto questo meglio di qualunque analisi: il Maggio è «una necessità, forse un modo di essere», il modo di gridare «che le ingiustizie verranno punite e che la morte del giusto o del semplice non rimarranno invendicate», ma anche di «stare insieme e festeggiare il ritorno del sole».
Per chi lavora in Garfagnana, dove il Maggio si ritiene sia nato, forse all’ombra di quell’Ariosto che qui fu commissario estense, e dove oggi nei paesi d’origine si canta sempre meno, queste pagine pongono una domanda scomoda. Una tradizione sopravvive se si custodiscono i suoi copioni e i suoi costumi, oppure se qualcuno continua a riscriverla, come facevano i rifacitori di Pea e gli autori che leggevano Lo Dico, perché parli a chi la ascolta oggi? Il Canto del Maggio Festival è nato nel 2021 proprio intorno a questa domanda, e il lavoro di Jo Ann Cavallo offre materiali preziosi per affrontarla.

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