/Nel passaggio dal poema omerico al maggio drammatico garfagnino, Paride subisce una trasformazione profonda: cavaliere seduttore nell’uno, personaggio morale e consapevole del proprio torto nell’altro. Un viaggio attraverso due tradizioni che parlano, in fondo, della stessa umanità.

Quando i Cantori dell’antico Maggio della Garfagnana salgono sui loro palchi improvvisati — un prato, la piazza di un borgo, il sagrato di una chiesa appenninica — e intonano le prime strofe de La Guerra di Troia, rielaborata da Luigi Casotti «dal Bozzo» di Gorfigliano nel 1986, qualcosa di antico e di nuovo si compie insieme. Il testo che portano in scena non è Omero, ma porta Omero con sé: ne porta il peso, i personaggi, il destino. E tuttavia ogni figura, filtrata dalla sensibilità popolare, emerge trasformata. Nessuna trasformazione è più significativa di quella che investe Paride.

Il Paride dell’Iliade: l’eroe riluttante

Nell’Iliade omerica Paride — chiamato anche Alessandro — è una figura ambigua e fascinosa, oggetto tanto di ammirazione quanto di disprezzo. Egli è bello come un dio, amante della cetra e della bellezza femminile, protetto da Afrodite che lo salva più volte da morte certa. Ma è anche il codardo per eccellenza del poema: nel duello del terzo libro con Menelao, quando la vittoria è a portata di mano del re di Sparta, è la dea a sottrarlo dal campo avvolgendolo in una nuvola e trasportandolo nella stanza di Elena. Il testo omerico è impietoso: anche Ettore lo rimprovera aspramente, chiamandolo «donna pazza di bellezza» e accusandolo di aver portato la rovina su Troia per smania di letto.

«Sventurato Paride, bellissimo nell’aspetto, pazzo di donne, seduttore! Oh fossero tu non nato, o fossi morto senza sposarti: sarebbe stato molto meglio che essere così infame e che gli altri ti guardassero con disprezzo.»Omero, Iliade, III, 39–42 (trad. it.)

Nonostante ciò, Omero non schiaccia Paride in una dimensione puramente negativa. C’è in lui una vitalità irresistibile, una gioia di vivere quasi dionisiaca, e il suo amore per Elena appare genuino. Quando Ettore lo esorta a tornare in battaglia, Paride non nega la propria colpa, ma la relativizza: il dono di Afrodite non si può rifiutare. In questa ambivalenza risiede la sua modernità: egli è l’uomo che sceglie il desiderio contro il dovere, e ne porta le conseguenze senza mai tragicamente piegarsi.

Centrale nell’Iliade è anche il ruolo di Paride come arciere. È lui a scagliare — guidato da Apollo — la freccia che colpisce il tallone di Achille e ne provoca la morte. Un atto codardo per i canoni eroici greci, quello di colpire da lontano con l’arco, che però Omero carica di significato cosmico: è il destino che si compie, non la vigliaccheria dell’uomo. La morte di Achille, nel ciclo troiano, è il contrappeso alla morte di Ettore.

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Il Paride del Maggio: cavaliere galante e peccatore pentito

Nel maggio drammatico garfagnino la figura di Paride cambia registro con decisione. Il testo di Casotti è strutturato in ottave e settenari cantati, con quel ritmo incalzante e quella sintassi popolareggiante che sono il marchio del genere. Fin dalla prima scena il Paride del Maggio si presenta come un «cavaliere» che chiede al padre Priamo il permesso di viaggiare in Europa — un gesto filiale, rispettoso, quasi borghese, lontanissimo dalla figura omerica che rapisce Elena senza alcun preavviso familiare.

«Genitor, mia prece senti: / in Europa andar vorrei / per conoscer terre e dei / di quei vasti continenti.»La Guerra di Troia, ottava 5 (Maggio drammatico)

L’incontro con Elena avviene alla corte di Menelao, e qui il testo del Maggio mostra una curiosa simmetria con Omero: anche qui Elena è moglie di un re assente, anche qui il corteggiamento è rapido e travolgente. Ma la differenza è sostanziale: nel Maggio è Elena stessa ad essere esplicitamente la mano più attiva nella fuga. È lei che si toglie la corona, lascia un biglietto allo sposo e dichiara di trovarlo «odioso». Paride, in questa scena, appare quasi trascinato dagli eventi, conforme a un ideale di galanteria cortese più che di seduzione ingannevole.

«La corona qui abbandono / e un addio lascio allo sposo; / egli ormai m’è così odioso / che a fuggire pronta sono.»La Guerra di Troia, ottava 17 (Elena, Maggio drammatico)

Anche la scena del duello con Menelao è significativa. Nel Maggio esso ha luogo con una solennità quasi cavalleresca, e quando Paride perde l’elmo e fugge, non v’è nessuna dea a salvarlo: è semplicemente la paura. Il testo non giustifica la fuga con l’intervento divino, come fa Omero: la codardia è nuda e visibile, senza velo metafisico. L’eroe popolare è più umano, più giudicabile.

Nel Maggio, Paride non è salvato dagli dèi: la sua debolezza è nuda, visibile, giudicata dalla comunità che guarda.

La morte: redenzione morale nel Maggio, fato cosmico in Omero

La differenza più marcata tra le due tradizioni emerge nell’episodio della morte di Paride. Nell’Iliade egli sopravvive fino al ciclo successivo all’azione del poema, e la sua fine — ucciso da Filottete con la freccia di Eracle — non è narrata da Omero ma è un dato del ciclo epico. Non c’è redenzione, non c’è confessione: Paride muore come strumento del destino.

Nel Maggio garfagnino, invece, Paride ha una morte in scena ricca di pathos morale. Colpito da Menelao e Agamennone nel sacco di Troia, cade pronunciando una delle ottave più intense del testo: un’autocondanna lucida e pubblica, una confessione di peccato che nella tradizione orale popolare ha la struttura di una contrizione quasi religiosa.

«Del mal che ti ho recato, o re spartano, / è giusto che dal ciel io sia punito, / e a farlo è ben che sia la tua mano, / perché con crudeltà io t’ho tradito. / Io so che sono un uomo indegno e insano / che ormai la vita sua ha qui finito. / Con tanto onor tu m’accogliesti a corte / ed io presi con me la tua consorte.»La Guerra di Troia, ottava 96 (Paride morente, Maggio drammatico)

Questo monologue morente non ha parallelo alcuno nell’Iliade. È una creazione della sensibilità popolare garfagnina, che richiede ai propri eroi — anche negativi — di riconoscere il torto compiuto e di farsi giudici di sé stessi davanti alla comunità radunata ad ascoltare. La funzione è quasi pedagogica: Paride deve dire ad alta voce la propria colpa perché il pubblico possa riconoscerla, nominarla e, attraverso il canto, metabolizzarla.

Il ruolo dell’arco e la freccia ad Achille

Anche nell’episodio della morte di Achille le due tradizioni divergono significativamente. Nell’Iliade — e nel ciclo troiano in senso lato — la freccia di Paride è guidata da Apollo: il dio dirige la mano del mortale verso l’unico punto vulnerabile dell’eroe. C’è dunque un doppio livello, umano e divino, nell’uccisione di Achille.

Nel Maggio, invece, Paride scende in campo con arco e frecce in modo deliberato e quasi spavaldo, senza menzione esplicita dell’intervento divino. La sua battuta — «Se la mano mia non erra, / sarà estinto il tuo valore» — presenta il gesto come scelta propria. Achille lo chiama «traditore», e in quel termine si condensa tutto il giudizio della tradizione orale: non è l’eroe che combatte con armi pari, ma colui che colpisce di nascosto. Anche qui il Maggio è più diretto, più morale, meno epico nel senso elevato del termine.

AspettoParide nell’IliadeParide nel Maggio
Ritratto inizialePrincipe bellissimo, amante della bellezza, protetto da Afrodite; critica esplicita di EttoreCavaliere rispettoso e filiale, chiede permesso al padre per viaggiare
Rapimento di ElenaIniziativa di Paride, favorita da Afrodite; Elena è presentata come vittima consenziente e ambiguaElena è protagonista attiva della fuga; Paride appare quasi condotto dagli eventi
Duello con MenelaoParide è salvato da Afrodite che lo avvolge in una nubeParide perde l’elmo e fugge senza intervento divino; codardia esplicita e giudicata
Morte di AchilleFreccia guidata da Apollo; atto cosmico nel piano divinoAtto deliberato e individuale; Achille lo chiama «traditore»
Morte di ParideNon narrata nell’Iliade; avviene nel ciclo epico successivoIn scena, con confessione pubblica della colpa e tono penitenziale
Funzione del personaggioCausa mitica della guerra; incarnazione del desiderio contro il dovereEsempio morale negativo che si redime verbalmente; funzione pedagogica comunitaria

Il filtro della tradizione orale garfagnina

Queste differenze non sono casuali né frutto di ignoranza del testo omerico. Il maggio drammatico della Garfagnana è una forma d’arte popolare colta a suo modo, che ha attraversato i secoli selezionando, adattando e reinterpretando le fonti classiche attraverso il filtro di una comunità montana, cattolica, con un senso molto preciso di colpa, espiazione e onore. La tradizione del Maggio attribuisce grande peso alla responsabilità individuale e alla dichiarazione pubblica delle proprie azioni: il personaggio deve cantare la propria colpa, deve nominarla, perché il canto ha un valore performativo e sociale che va oltre la narrazione.

In questo senso il Paride di Casotti è un Paride «moralizzato» — non nel senso di addolcito, ma nel senso di inserito in un sistema di valori comunitari che richiede conto delle proprie azioni. L’eroe omerico può sottrarsi al giudizio nascondendosi nel desiderio e nel favore divino; l’eroe del Maggio deve rispondere davanti al pubblico riunito sulla piazza, che è anche giudice, testimone e memoria collettiva.

Il confronto tra le due tradizioni rivela, in ultima analisi, come il mito classico sopravviva non per imitazione fedele ma per trasformazione creativa. Il Maggio garfagnino non è una riduzione impoverita dell’Iliade: è una rilettura che porta il racconto antico dentro una comunità diversa, con le sue domande, i suoi valori, il suo modo di cantare e di stare insieme. E Paride, in questo viaggio attraverso i secoli, diventa non meno interessante ma semmai più umano: capace di confessare, in punto di morte, ciò che Omero lasciava irrisolto.

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La Guerra di Troia è un maggio drammatico popolare della Garfagnana, rielaborato nel 1986 da Luigi Casotti «dal Bozzo» di Gorfigliano e interpretato dai «Cantori dell’antico Maggio della Garfagnana». Il testo si inscrive nella secolare tradizione del Canto del Maggio, riconosciuta patrimonio culturale immateriale della regione Toscana.

Paride nell’Iliade e Paride nel maggio La guerra di Troia

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